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I Tesori nascosti dell'Archivio

VIGEVANO E LE SUE VIGNE SCOMPARSE

Vigevano negli anni ‘60 del XIV venne definita “castra nobilia”, dal cronista Pietro Azario nel suo Liber gestorum in Lombardia, parlando delle conquiste dei Visconti. Castra Nobilia, perché il titolo di semplice borgo sarebbe risultato inadeguato per la nostra città, già considerata all’epoca come un centro di particolare rilievo.

Nel corso dei secoli, il territorio di Vigevano ha subito notevoli mutamenti, la crescita della città ha modificato il tipico paesaggio di campagna che oggi possiamo ammirare appena fuori dalle porte della città.

Dove oggi troviamo case e strade un tempo vi erano campi e sicuramente vitigni. Sì, dei veri e propri vitigni, anche se potrà sembrare strano dato che al giorno d’oggi di questa coltura non ne è rimasta traccia.

Le vigne però esistono ancora o meglio vengono così chiamati quei luoghi che sicuramente un tempo ospitavano vitigni e che oggi si trovano poco fuori dalla città,  in cui troviamo le cosiddette “casotte”. A chi non è mai capitato di andare a passare una giornata in compagnia degli amici o della famiglia in “vigna”? Se vi siete mai chiesti perché chiamiamo ancora così questi luoghi, la risposta è proprio questa: Vigevano era una città ricca di questo tipo di coltura.

Grazie al Catasto Teresiano, di cui vi abbiamo già parlato nell’articolo del 14 Dicembre 2018, siamo in grado di ammirare come fosse il territorio vigevanese nei primi del ‘700. Il Catasto, la cui realizzazione ebbe inizio nel 1718 per volere dell’Arciduca d’Austria Carlo VI , conteneva la registrazione di beni immobili e terrieri ed i loro possessori. Vennero create assieme a questi registri  delle tavole acquarellate, le quali dipingevano il territorio di Vigevano attraverso una prospettiva globale, merito della tecnica a “volo d’uccello” con cui vennero create.

Presso il nostro archivio è possibile trovare una copia conforme richiesta nel 1784, dato che gli originali si trovano oggi presso l’Archivio di Stato di Torino.

La superficie dei campi avitati era più dell’8% del territorio vigevanese e corrispondeva a quasi 10000 pertiche. La diffusione delle viti in questi luoghi raggiungeva livelli analoghi alla vicina Lomellina ma è importante specificare che dal punto di vista qualitativo, tra i vini,  ci fosse una sostanziale e netta differenza. Il territorio di Vigevano infatti presentava suoli silicei che risultavano permeabili: non erano adatti dunque a questo tipo di coltura.

Il vino prodotto era di bassa qualità e gradazione, che potremmo definire con il termine dialettale: “ciurlina”.

Prodotta dall’uva coltivata in questi vigneti, risultava più sicura dell’acqua che non veniva controllata dal punto di vista batteriologico.

Quest’ultima era il più delle volte contaminata, non dagli agenti chimici a cui potremmo pensare oggi ma semplicemente da un tipo di inquinamento organico. Il vino risultava più sicuro, grazie al suo sistema di lavorazione che ne eliminava i batteri.

La scomparsa delle vigne vigevanesi è da imputare al microbo “peronospora”, un agente infestante che venne esportato in Europa dall’America per via dei commerci sempre più frequenti tra il nuovo e il vecchio continente nel corso dell’Ottocento.

Il tipo di coltivazione che si estendeva a Vigevano, oltre che in Lomellina, era quello degli alteni: le viti venivano condotte sopra ad alberi od altri pali.

Il vino veniva prodotto in quantità sufficienti non solo per il consumo locale ma anche per la sua esportazione, principalmente verso Milano.

I vitigni producevano all’incirca da una a tre brente di vino per pertica. Per brenta si intendeva all’epoca un’unità di misura per i liquidi. Il sistema di misurazione che veniva utilizzato era quello milanese e ad una brenta corrispondevano all’incirca 75 litri di vino.

Essendo il vino un importante voce nell’alimentazione di ogni classe e occupando una buona percentuale del territorio, è possibile affermare che la maggior parte della popolazione possedesse un piccolo appezzamento per la produzione del proprio vino casalingo. Da alcuni documenti è stato possibile delineare la ripartizione tra le varie classi di possessori: nelle mani dei singoli possessori nel XVIII secolo si concentrava il 78,73% dei vitigni presenti sul nostro territorio.

In conclusione, qualche curiosità riguardo a quanto costasse la “ciurlina” attorno al XVIII secolo. Il costo era di 7 lire per brenta, come testimoniano alcuni dei documenti scritti che possediamo nei nostri archivi.

Per gli amanti del vino, vi lasciamo con una citazione del celebre Leonardo Da Vinci, protagonista quest’anno della nostra città per la commemorazione dei 500 anni dalla sua morte.

Da noi, gli homini dovrebbero nascere più felici e gioiosi che altrove, et però credo che molta felicità sia agli homini che nascono dove si trovano i vini buoni”
Leonardo

Si ringrazia Maria Teresa Bonomi per l’aiuto dato nella ricerca dei documenti e nella stesura del testo.

Testi consultati per la stesura di questo articolo (consultabili presso la nostra struttura)

“Metamorfosi di un borgo, Vigevano in età visconteo-sforzesca”, a cura di Giorgio Chittolini.

Annali di storia pavese n. 16/17, anno 1988, a cura dell’Amministrazione provinciale di Pavia.

“Vigevano agricola e manifatturiera alle soglie del Risorgimento” di Anita De Agostini (anno accademido 1973-1974).

“Note sul Catasto “Teresiano” e sulla distribuzione della proprietà fondiaria a Vigevano nella prima metà del XVIII secolo” di Marco Bianchi.

Tesi di laurea di Teodora Dondi, intitolata “L’agricoltura vigevanasca nel primo settecento”.

Rubrica curata dall’Archivio Storico di Vigevano

VIGEVANO E LE SUE VIGNE SCOMPARSE ultima modifica: 2019-05-10T13:21:16+00:00 da redattore

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