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Basilica di Santa Maria Maggiore di Lomello

  • Indirizzo
    Basilica di Santa Maria Maggiore, Lomello
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  • Descrizione

    Nel corso del sec. X si registrò nella società medievale un movimento di espansione demografico, economico, di superamento della società feudale, unito ad un grande anelito di rinnovamento spirituale. La riforma religiosa verso l’anno Mille con il movimento cluniacense, irradiatosi dal monastero di Cluny in Francia si propagò rapidamente anche in Italia. Questo fervore religioso propiziò la costruzione di chiese e di monasteri in quello stile che noi possiamo ammirare nella Basilica di S. Maria Maggiore di Lomello: il Romanico; architettura nota quasi esclusiva mente attraverso edifici religiosi, che ebbe inizio dalla lenta trasformazione della basilica paleocristiana, avvenuta dal IV al IX secolo d.C. attraverso elementi bizantini (influsso di Ravenna, Grado, Istria) e si sviluppò nei secoli X, XI, XII, con esempi anche nel sec. XIII.

    L’arte romanica parte dall’anima e ad essa ritorna. Concepita, costruita, rinnovata di giorno in giorno da fedeli plasmati dalla contemplazione calma e grandiosa di Dio, di Gesù Cristo, incarnato nel ventre della Vergine per opera dello Spirito, non si rivolge all’interesse superficiale degli esteti, ma prima di tutto alla moltitudine cristiana che si riversa nelle sue chiese per cantarvi le lodi del Signore. Nell’edi ficio sacro ogni mattone è diverso dagli altri, ma tutti contribuiscono alla unità della costruzione, così come i cristiani, pur diversi gli uni dagli altri, costituiscono l’unità della Chiesa. Dopo tanti secoli l’architettura romanica non ha perso nulla della sua forza rivelatrice di Dio. Per questo l’incontro con la nostra Basilica può far perce pire quanto essa è stata e vuole continuare ad essere segno visibile ed efficace della Sua Presenza.

    L’importante non è solo pellegrinare lontano, quanto l’entrare nella comprensione profonda e viva del messaggio dell’arte che eleva a Dio.

    LE ORIGINI

    Esisteva una chiesa in Lomello nei primi secoli cristiani?
    La risposta può essere positiva.
    Tre avvenimenti, indirettamente, ne rivelano l’esistenza:
    – il rinvenimento della lapide cristiana del 554, di cui si è già parlato;
    – la celebrazione delle nozze tra Theudelinda ed Agilulf;
    – una trincea, aperta nella navatella nord della chiesa di Santa Maria, portava alla luce muri e tombe, costruite ad un livello intermedio fra Battistero e Chiesa.

    Questi reperti, fra cui un mattone, datato, con il metodo della termoluminescenza, al 765 d.C., più o meno 95 anni, sono indizi di una chiesa che doveva sorgere a fianco del battistero. In mancanza d’altro vengono in aiuto gli studi condotti da Carlo Nigra, Giuseppe Mina e da Gino Chierici sulla planimetria della chiesa. Concordemente ammettono l’esistenza, sul medesimo luogo, di tre chiese suc cessive, di cui la prima potrebbe essere contemporanea al battistero.

    Gli scavi del soprintendente Gino Chierici, eseguiti nel 1944, portarono alla luce, sotto l’abside maggiore, una “cripta” sorprendentemente interrotta e riempita di terriccio, con assenza di qualsiasi sostegno centrale. Il Chierici, che pubblicherà il suo studio nel 1951, pensa all’inizio di costruzione di una chiesa, successiva mente abbandonata per ignoti motivi; e pone comunque in luce, per la prima volta, i rapporti tra chiesa e battistero. Tralasciamo le ipotesi riguardanti que sti ultimi, per riferire che F. Soliani Raschini, Sandro Chierici, Arslan, sono inve ce del parere che la costruzione della cripta sia da assegnarsi all’ultimo quarto del 900, anzi, lo stesso Arslan, affermando come la cripta, incompiuta, sia una delle prime ad oratorio, ne propone la datazione tra il 950 e il 1000 circa. La cripta quindi sarebbe contemporanea al corpo della chiesa con muri laterali per corsi da una serie di archi ciechi, sostenuti da semicolonne in mattone con basi e capitelli.

    Solo ulteriori scavi, però, potrebbero portare nuova luce sui rapporti fra battistero e chiesa, e potrebbero scoprire una continua connessione fra i due edifici.

    Si è accennato, nella prima parte di questo lavoro, alle folate, distruttrici di chiese, degli Ungari e dei Saraceni, dall’inizio sino oltre la metà degli anni 900. France sco Pezza, storico mortarese, si ricollega a questi avvenimenti, per supporre che la chiesa fosse stata distrutta, come altre lo furono e, per di più, sistematicamente. Nessun documento convalida questa ipotesi. Il periodo della rinascita coincide con la fine degli anni 900. Il Pezza ricorda il sorgere di molti edifici sacri in questo periodo, quasi tutti datati. Basta pensare all’abbazia della Novalesa. L’autore ricor da poi, tra i maestri costruttori, il benedettino Bruningo da Breme, vissuto a caval lo del mille, al quale andarono moltissimi lavori di ricostruzione e restauro, primo fra tutti quelli all’abbazia suddetta presso Susa. Lo storico citato asserisce poi che i Conti Palatini di Lomello erano strettamente imparentati con Bruningo e quindi non esclude la partecipazione dell’architetto alla ricostruzione della Chiesa di S. Maria. Si aggiunga poi che, nel 990, si insediò il capostipite dei Conti Palatini Cuniberto, come ricordato nella prima parte. Questo può essere un avvenimento propiziatorio per la costruzione del sacro edificio.

    Dette per iscorcio queste cose, dobbiamo considerare che, il primo ricordo di una chiesa in Lomello, è riportato su un documento, risalente circa l’anno mille. Esso consiste in una convocazione di “plebes” della diocesi di Pavia. Nel documento il vescovo ordina ad un abate di disporre, affinché i monaci, soggetti alla sua ubbi dienza, i sacerdoti addetti alle cappelle ed agli oratori, si rechino sollecitamente, con i paramenti sacri e con i libri, con i quali celebrano gli uffici divini, al Sinodo che si sarebbe tenuto la domenica successiva in Pavia; e si invita quindi l’abate a trasmettere “more solito”, cioè, secondo l’uso, la medesima lettera alle pievi di: “Laumellum, Coirum, Basserum (Bassignana?) omnia”, perché loro pure intervenissero al Sinodo. Era già questa la basilica di Santa Maria? Il documento non lo dice. Secondo l’opinione del Pezza, la era.

    Sul principio del secolo XII durava la lotta tra la Chiesa e l’Impero.

    In questo contesto, nel 1107, papa Pasquale II (al secolo Raineri di Bieda), di ri torno dalla Francia, dove si era recato per sfuggire all’imperatore Enrico V, passa per Lomello e, giunto a Pavia, largisce alla chiesa collegiata di S. Maria Maggio re in Lomello, il privilegio insigne, datato 22.8.1107, per il quale dà facoltà al parroco di Santa Maria, tra l’altro, di portare la mitra ed il pastorale e di confe rire i due ordini minori. Il Portalupi, che scriveva nel 1756, afferma, nella sua storia della Lomellina, che questa pergamena, concedente il privilegio, esisteva ancora in tale data nell’archivio parrocchiale; e vi esisteva anche nel 1823, se condo la testimonianza del prevosto di allora Giuseppe Precerutti; in seguito, purtroppo, andò perduta.

    Non esistono altre notizie del periodo che possano far luce sulle condizioni della basilica.

    La chiesa aveva comunque rapporti speciali con la Sede Apostolica, alla quale doveva pagare un censo annuo di un “marabutino”, moneta aurea di origine moresca. La notizia è data da Cencio Camerario, nel suo libro dei censi, dove si legge, sotto l’anno 1192: “In Episcopatu Papiensi… Ecelesia sanctae Mariae de Laumello: unum marabutinum”.

    Secondo le asserzioni dello storico Mario Zucchi il Capitolo di Santa Maria aveva giurisdizione, verso la fine del 1300, anche su due ospedali di Lomello: l’uno di S. Maria Maddalena, che sorgeva sulle rive dell’Agogna, e detto dei Pellegrini; l’altro della Misericordia.

    Per più di un secolo, la Lomellina, pur essendo soggetta al Piemonte (dal 1707), continuò a dipendere, nella giurisdizione ecclesiastica, dalla diocesi di Pavia, che era sotto l’Austria. Lomello vide spesso i parroci di Santa Maria nominati vicari generali per la diocesi pavese negli Stati Sardi. Il canonico Carlo Siro Scotti, pavese, Prevosto di Santa Maria, fu vicario generale del vescovo di Pavia per un lungo periodo di anni. Nell’esercizio di tale funzione, emanò l’atto del 15.9.1757, con il quale si nominava e si confermava a Parroco della chiesa di Sannazzaro il sac. Baldassarre Riva, proposto dai compatroni del beneficio parrocchiale.

    E’ ormai pacifico che la chiesa non fu distrutta nel 1155, con la distruzione della rocca, per le considerazioni fatte da molti storici, fra i quali Carlo Nigra e Arthur K. Porter. Tutt’al più si può presumere la demolizione, durante l’assedio, del cam panile, che poteva essere usato come torre d’avvistamento e che insisteva, come la facciata diroccata, sulla cinta muraria antica. D’altronde nei documenti citati nella parte I, risulta solo la distruzione della rocca e di nessun altra chiesa esistente. In quel tempo risulta anche che, negli assedi e nelle distruzioni, venivano rispettati i luoghi sacri.

    Nel 1935 l’arch. Carlo Nigra prese in esame il corpo della chiesa e asserì che il materiale di spoglio con cui è costruita S. Maria Maggiore è completamente ro mano. La muratura è eseguita con corsi orizzontali di embrici da muro, in cui sono intercalati numerosi corsi di embrici da tetto, disposti a spina di pesce. Essa è costruita con particolare cura nella parte diroccata della chiesa ed in quella imme diatamente attigua, mentre la muratura della parte successiva della chiesa, compo sta dal medesimo materiale, è più trascurata. Questa differenza appare più eviden te nel fianco settentrionale, all’altezza del pilastro interno, con il quale termina la prima campata doppia della parte chiusa, dove esiste una lesena più larga delle altre e non bene legata con il muro adiacente. All’interno, in corrispondenza di esso, i pilastri della navata maggiore sono quadri e la lesena corrispondente della navata minore è rettangolare, e non semicircolare come le altre. La diversità delle parti induce il Nigra ad affermare che l’edificio fosse stato costruito in due tempi; prima la zona vicina alle mura diroccate e successivamente quella comprendente l’abside attuale. Naturalmente, queste ed altre considerazioni, sono protese a chiarire la collocazione cronologica degli elementi architettonici. Ad esempio gli ar chetti pensili alternati alle lesene che egli colloca ben prima del 1000, mentre il Porter pensava che fosse usato, come elemento decorativo, solo agli inizi del sec. XI; e ancora il sistema di sostegno dei pilastri e altri particolari tecnici che il Nigra afferma di essere già in uso prima del mille, mentre il Porter li colloca dopo l’anno 1000.

    Alla fine comunque, il Porter propone come data della costruzione della chiesa circa l’anno 1025, mentre il Nigra la pone al principio degli anni 900.

    Di parere diverso, come già abbiamo visto, Francesco Pezza, che pone l’edifica zione della basilica alla fine degli anni 900.

    Molto interessanti ci sembrano gli studi di Angiola Maria Romanini per una più precisa collocazione della chiesa nell’ambito dell’architettura del 1000. La studio sa si é occupata degli stucchi prelevati durante i restauri degli anni ’40 e ne fa un confronto con gli esempi dello stesso periodo, concludendo che essi sono di alto livello qualitativo, soprattutto nelle figure umane e che si possono collocare, con relativa sicurezza alla prima metà degli anni 1000, come il tratto di edificio co struito originariamente.

    Per quanto riguarda lo stato murario della chiesa, si ha qualche notizia dalla visita pastorale dei 2.12.1565. E’ definita Chiesa Parrocchiale Collegiata “magna et antiquissima” (grande e antichissima). Al vescovo, comunque, si fa rilevare lo sta to miserando di S. Maria: le mura sono cadenti e screpolate; la chiesa è umidissi ma, perché non ha il muro di facciata; vicino, la canonica diroccata con qualche colonna e portico a modo di chiostro; abitabili solo due stanze. Si insiste poi che la chiesa: “quae est magna et admodum (certamente) antiquissima”, nella nave maggiore è: “tabulata sub tegulis, desolata”, eccetto nella cappella grande e nel coro dove vi è la volta.

    Togliamo queste osservazioni da uno scritto del padre Pianzola, con riferimento al “pacco Lomello”, registri dell’archivio della Curia pavese.

    In questo periodo c’è una grande rivalità tra le chiese di S. Maria e S. Michele, che rivendicano, ciascuna, maggiore antichità.

    Facciamo ancora riferimento al Pianzola e veniamo a sapere che c’erano ben 13 altari che ricordavano le chiese che man mano il tempo e gli uomini andavano distruggendo.
    Altare di S. Giacomo con cenacolo dipinto in tela. ricordava una chiesa dei pelle grini, scomparsa.
    Altare di San Siro vescovo, con una piccola ancona ricordava una chiesa.
    Altare di San Bartolomeo.
    Altare di San Gregorio papa, con ancona in pietra, ricordava Gregorio I il papa di Theudelinda.
    Altare della Concezione della B.V Maria, con ancona antica, ridotto poi del Ro sario.
    Altare dei Santi Cosma e Damiano, ricordava chiesa distrutta vicino al fossato. Altare di Santo Stefano, ricordava una chiesa nel Borgo di San Martino esistente ancora nel 1460.
    Altare di San Pietro, ricordava la chiesa priorato dei monaci di Breme scomparsa e posta probabilmente in riva al fiume Agogna.
    Altare di S. Martino.
    Altare di San Lorenzo, che ricordava la chiesa già rovinata nel 1460.
    Altare di Santa Maria Maddalena, a ricordo della chiesa e dell’ospedale vicino all’Agogna.
    Altare del Crocefisso e del Suffragio.
    Altare di San Carlo del XVI secolo.

    Lo Zucchi riferisce: “le condizioni economiche di quella Collegiata erano venute man mano peggiorando, e già due secoli prima, cioè nel 1586, il vescovo di Pavia aveva autorizzato l’alienazione di alcuni beni per far fronte ai crescenti bisogni”. Nella metà del secolo XVII, il prevosto fa domanda di riunire le due collegiate di S. Maria e S. Michele, con supplica al Papa.

    Non si sa che esito abbia avuto il ricorso.

    Nonostante tutto ciò, nello stesso periodo si verificano profonde trasformazioni. Il Porter riferisce che nel 1718, il coro e le absidi laterali originari vennero soppres si, per far posto all’abside maggiore “rifatta ed ingrandita”. Al posto delle absidiole vennero costruiti gli altari laterali.

    Altre modifiche sono ricordate: la stessa facciata attuale.

    La costruzione di due cappelle mortuarie nell’angolo sud-ovest; in una di esse era impressa la data 1770. Negli anni 1600 invece pare sia stata costruita la copertura della navata centrale con una pesante volta a crociera e l’intonacatura di tutta la muratura dipinta di “verde oro”.

    L’aggiunta dell’attuale campanile avviene ai primi anni del 1800. La commessa è aggiudicata al capomastro Bellone, con approvazione del Prefetto del Dipartimen to dell’Agogna del 31.8.1805.

    Sempre il Pianzola accenna ad altre modifiche portate alla chiesa nei primi anni del 1900. Il prevosto Francesco Carnevale Maffei sovvenzionò gli allievi dei pitto ri Magni e Gambino per dipingere e trasformare la chiesa da “romanico lombarda in bizantina”. Nel catino dell’abside le firme: Gaggiolli e Laiolo f. 1907. Gli altari vennero ridotti a quattro.

    A partire dal 1929 è tutto un susseguirsi di studi e di approcci per riportare alla luce il battistero e restaurare la basilica.

    Concreti provvedimenti si presero nel 1939, sotto il Soprintendente Gino Chierici (il suo incarico durò dal 1935 al 1945), sia come consolidamento delle rovine, antistanti la chiesa, con scavi per vederne il livello dei pilastri, sia con l’isolamen to del Battistero, interrato per oltre due metri, e per il ripristino della parte della basilica aperta al culto. I lavori per il battistero sono stati descritti parlando dello stesso, mentre quelli relativi alla basilica, proseguirono nel 1942, e nel 1944, con lo scavo della “cripta”.

    Fu fatta un’indagine nel sottotetto, per vedere lo stato di conservazione delle tra vature, sia per la navata maggiore che per le navatelle. Forse in questo periodo furono staccati gli stucchi, per evitare la loro perdita, nel caso di rifacimento del tetto. Nel 1942, settembre, si iniziano i lavori per la sistemazione del tetto con sostituzione di travi e con rifacimento quasi totale. Stonacatura delle pareti interne ed altri lavori di ripristino e di consolidamento. Negli anni 1950 si procedette all’abbattimento della volta a botte e si misero in evidenza gli archi portanti tra sversali e le splendide bifore in essi inserite. Si costruì poi il soffitto a cassettoni. Si chiusero le finestre ovali, già sotto volta, e si riaprirono le finestre con arco a tutto sesto e a doppio strombo.

    Nel 1971 vengono effettuati interventi sul campanile.

    Furono spostati anche i due altari, posti a fianco dell’altare maggiore, e di stile barocco, sulle testate del transetto. Nel posto lasciato vuoto dagli altari, si misero in luce le due absidi laterali semicircolari. In quella di destra si scoprirono dipinti di stile cinquecentesco.

    All’esterno si tolsero le strutture addossate al transetto che culminavano con un campaniletto (detto della “nebbia”) presumibilmente di epoca settecentesca, e che un tempo serviva a convocare i canonici, e, in tempi più recenti, i chierichetti. Nel 1973 venne abbattuta la sacrestia, risalente al secolo XVIII, addossata in parte all’abside centrale ed in parte all’abside di destra.

    DESCRIZIONE DELLA BASILICA

    L’ingresso principale, quello di ponente, ci permette di ammirare le linee dell’an tica facciata, che insiste su un tratto delle mura tardo romane, ornata da un arco cieco, due lesene laterali e cinque finestre con arco a tutto sesto, senza strombatura. Entriamo attraverso un’apertura del sec. XVIII, praticata nella vecchia cinta muraria, e ci troviamo fra i ruderi delle prime tre arcate della chiesa. Quando fu distrutta questa parte della chiesa non è dato dire, poiché mancano in assoluto documenti. Il Nigra accenna al terremoto che nel 1117 rovinò molte chiese in Lombardia.

    Dopo pochi passi ci troviamo davanti la facciata eretta nel sec. XVIII, nella quale si nota l’arcone trasversale della navata maggiore e sopra di esso, ai due lati, le bifore e due finestrelle al centro.

    Si entra in chiesa attraverso un portone. La basilica è a croce latina ed ha tre na vate. Le navate laterali sono asimmetriche, le arcate non sono uguali e la posizio ne dei pilastri e delle colonne non corrisponde alla posizione dei pilastri e delle colonne opposte. La navata di sinistra è più corta di quella di destra. Questa è ritenuta una caratteristica delle chiese romaniche più antiche (proto romaniche). Santa Maria Maggiore ha un grandissimo fascino, che è dovuto, sia alla sua im pressionante nudità, sia alle sue imponenti proporzioni. I pilastri: solo uno ogni due di essi regge un grande arcone trasversale a tutto sesto, destinato a portare l’armatura del tetto che copre la navata centrale. I pilastri inter medi si spingono, con lesene poco sporgenti, fino al tetto. Sopra tutti i pilastri si innestano anche gli archi portanti i muri longitudinali della navata centrale e che la separano dalle navate minori, mentre verso le navate minori, sulla parte rettan golare di essi, poggiano gli archi trasversali, che reggono le volte a crociera delle navatelle. Queste volte, nate con la chiesa, sono state rifatte, a detta del Porter, nel secolo XIII. La disposizione alterna degli arconi predetti è una caratteristica fon damentale dell’architettura romanica di quel periodo ed è messa in grande eviden za proprio nella nostra basilica.

    Veniamo al presbiterio ed al transetto (che è il braccio più corto della croce, di sposto trasversalmente all’asse longitudinale).

    I bracci del transetto hanno volta a botte e si aprono, sulla crociera, attraverso due archi più alti e più larghi di quelli del colonnato. Ciò permette una maggiore lumi nosità. Da notare la disposizione delle absidi laterali (o absidiole); esse coprono tutta la parete orientale dei bracci del transetto. Maestoso l’arco trionfale del pre sbiterio, sopra il quale si aprono due finestrelle rotonde (òculi); sotto l’arco, nella parete che scende fino al catino dell’abside, altri due òculi creano, con i preceden ti, sciabolate di luce, che rendono ancor più suggestivo l’interno della chiesa, im merso nella penombra. Dietro, il catino dell’abside maggiore che conserva dipinti del principio del 1900. L’altare maggiore è di stile neoclassico ed è del 1791. All’esterno, sia la fiancata meridionale che quella settentrionale mostrano l’impo nenza della basilica. Il tetto della navata centrale e di quelle minori è coperto con tegole ed embrici. Il sistema decorativo e costruttivo dei fianchi delle navate mi nori, è costituito da lesene di circa mezzo metro di larghezza, che racchiudono molte e strette finestre, con arco a tutto sesto e a doppia strombatura. Dette lesene sono affiancate, all’altezza della gronda, da gruppi di tre archetti pensili. I fianchi superiori della navata centrale portano lesene più strette, unite alcune da gruppi di due archetti pensili; finestre uguali a quelle delle navatelle. Le testate della navata trasversale, o transetto, formano quasi delle facciate, e si nota, sia in queste, che nell’arco trionfale, un sovralzo di laterizi più scadenti (forse quando si costruì la volta). Girando attorno all’abside centrale, possiamo ammirare i bellissimi archet ti a forno, che indicano il carattere proto romanico dell’abside stessa.

    All’interno l’unica figura, acéfala, di grandezza naturale, di stucco, rimasta al suo posto nella basilica, è collocata sulla parete meridionale della navata centrale, tra l’arco trionfale e la prima monòfora da est.

    Degli altri stucchi, erratici (cioè lontani dal luogo di origine), abbiamo già detto. Sull’argomento, esiste una dotta relazione della prof. Angiola Maria Romanini. Dimensioni della Basilica di Santa Maria Maggiore di Lomello.

    – Lunghezza massima sull’asse maggiore (chiesa ed atrio delle rovine) metri 60;

    – lunghezza della chiesa: m. 44,50;

    – larghezza delle navate: m. 18,80;

    – larghezza massima del transetto: m. 22,20.

    Conclusioni.

    Una Chiesa di questa imponenza poteva sorgere solo in un luogo, dove il potere veniva esercitato da personaggi di spicco, quali erano i Conti Palatini. Abbiamo detto di Cuniberto e dei figli a lui succeduti. Sappiamo che, quasi sempre, il potere si accompagna alla ricchezza; e, da questo punto di vista, la chiesa potrebbe essere stata costruita, sia alla fine degli anni 900, sia nel primo quarto degli anni 1000. Le ipotesi del Nigra (primi anni del 900); del Porter (1025), sono sostenute, sopprattutto, da uno studio accurato degli elementi architettonici; quella del Pezza, (ultimo decennio degli anni 900), sostenuta, prevalentemente, da elementi storici ed artistici.

    Altri illustri autori gravitano, più o meno, su queste ipotesi.

    La stessa scoperta della “cripta” ha indotto alcuni studiosi alla datazione: 950-1000 e a dichiararla coeva alla costruzione della chiesa.

    Azzardiamo una nostra ipotesi e cioè che la chiesa potrebbe essere stata costruita fra gli ultimi anni del 900, per quanto riguarda l’atrio delle rovine, più due prime campate della chiesa attuale; per quanto riguarda il resto della chiesa un po’ più tardi (primo quarto degli anni 1000).

    E’ solo una sommessa opinione, ma sempre ritorna assillante la ricerca di nuovi indizi, e, soprattutto, la necessità di nuovi scavi, che, allo stato attuale, appaiono quanto mai problematici.

    Una cosa è certa: Santa Maria Maggiore, insigne per storia ed arte, rimane un fascinoso enigma, inesplicabile.

     

    Fonte: Comune di Lomello

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