Il duca che si fece da sé: Francesco I Sforza
L’infanzia di un “conticello”
Francesco nasce il 23 luglio del 1401, figlio non riconosciuto del condottiero Muzio Attendolo detto Sforza e di una donna del popolo, Lucia Terzani. Cresce tra Firenze e la raffinata corte estense di Ferrara, dove studia sotto la guida di uno dei più grandi umanisti dell’epoca. A undici anni, il re di Napoli lo nomina conte e lo arma cavaliere: un bambino con un titolo nobiliare cucito addosso a forza di ambizione paterna, i napoletani lo soprannominano affettuosamente il “conticello”.
Ma i titoli, a quell’epoca, si conquistano con la spada e Francesco impara presto il mestiere delle armi al fianco del padre, tra il Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa, destreggiandosi tra alleanze che cambiano con la velocità delle stagioni.
Un fiume, un padre, un destino
Inverno del 1424. Francesco ha 23 anni e segue il padre Muzio nelle sue imprese. Sulle rive gonfie del fiume Pescara , l’esercito di ventura comandato da Muzio, sta per attraversare le acque insieme al proprio comandante. Le acque impetuose di un fiume in piena non perdonano: nel tentativo di salvare un giovane portabandiera che sta annegando, Muzio viene disarcionato dal peso della propria armatura. Il suo corpo non verrà mai ritrovato. Francesco potrebbe scappare, potrebbe arrendersi al lutto. Invece riattraversa lo stesso fiume che ha appena inghiottito suo padre, raduna i soldati sconvolti e pronuncia un discorso che li convince a restargli fedeli. In un pomeriggio, un ragazzo diventa il comandante di un intero esercito.
È l’inizio di una delle storie più incredibili del Rinascimento italiano: quella di un figlio illegittimo che, partendo dal nulla, diventerà uno degli uomini più potenti d’Europa.
Il servitore scomodo di un duca sospettoso
Nel 1425 Francesco entra al servizio del Duca di Milano, Filippo Maria Visconti — un uomo tanto potente quanto diffidente, ossessionato dal timore che i propri comandanti diventassero più popolari di lui. Per vent’anni i due danzeranno un balletto fatto di alleanze, tradimenti e riconciliazioni: Filippo Maria promette e ritira, elogia e punisce, arriva perfino a confinare Francesco a Mortara, dopo una sconfitta militare che non era nemmeno interamente colpa sua.
Al centro di questo gioco crudele c’è Bianca Maria, l’unica figlia (illegittima ma riconosciuta) del duca. Filippo Maria gli promette la mano della figlia quando lei ha solo cinque anni — una bambina usata come pedina su una scacchiera politica. Poi ci ripensa. Poi promette di nuovo. Poi finge che sia malata per prendere tempo. Francesco aspetta, combatte, tradisce e si riconcilia più volte, sempre con un occhio a quel matrimonio che significherebbe l’ingresso ufficiale nella dinastia Visconti.
Il matrimonio si celebra finalmente nel 1441, a Cremona. Francesco ha aspettato più di un decennio per sposare la donna che gli aprirà le porte di un ducato. Dal loro matrimonio nasceranno 8 eredi: 6 maschi e 2 femmine. Degli eredi le vicende tra il primo genito Galeazzo Maria e il quinto genito Ludovico Maria detto il Moro, segneranno il destino del Ducato di Milano
Nonostante il forte legame con Bianca Maria, testimoniato da numerose fonti, Francesco mantiene una vita sentimentale intensa. Ebbe numerose relazioni extraconiugali e, secondo le cronache, più di venti figli illegittimi. Considerato un vero e proprio rubacuori di grande fascino, anche con l’avanzare degli anni non depone mai le armi della vanità, dedicando grande attenzione al proprio aspetto, ricorrendo a lozioni, tonici e persino alla tintura per capelli.
Un ducato conquistato con l’inganno e con la fame
Nel 1447 Filippo Maria muore senza eredi maschi. Ci si aspetterebbe che il genero, ormai il più potente condottiero della penisola, salga naturalmente al trono. Invece i milanesi, insofferenti verso ogni forma di dominio autocratico, proclamano la Repubblica Ambrosiana.
Francesco non si arrende: si fa assumere dalla stessa Repubblica come capitano, combatte per lei contro Venezia — e poi, con la freddezza di chi sa esattamente dove vuole arrivare, stringe un patto segreto proprio con Venezia per rivoltarsi contro Milano. È un tradimento calcolato al millimetro: ottiene aiuti militari in cambio del riconoscimento di alcuni territori, isola progressivamente la città conquistando una dopo l’altra le comunità limitrofe, e infine pone Milano sotto assedio.
Ma non sono le armi a consegnargli la città. È la fame. Stremati dalla carestia e disillusi dai propri governanti, il 25 febbraio 1450 i milanesi stessi aprono le porte al condottiero. Un mese dopo, tra ali di folla festante, Francesco Sforza viene acclamato duca di Milano. Non un diritto di sangue, non una conquista militare: un popolo esausto che sceglie, quasi per sfinimento, l’uomo che lo aveva assediato. Con la presa del potere a Milano nel 1450, Francesco I Sforza integrò saldamente Vigevano nei domini ducali, gestendone podestà e confini
Il duca che seppe costruire, non solo distruggere
È qui che la storia di Francesco Sforza cambia registro. L’uomo che aveva scalato il potere con tradimenti e battaglie diventa, una volta saldamente al potere del Ducato, uno statista lungimirante.
Nel 1454 orchestra la Pace di Lodi, un accordo diplomatico che porterà decenni di equilibrio tra gli Stati italiani — un capolavoro di realpolitik rinascimentale che verrà ricordato per generazioni. Ricostruisce il Castello di Porta Giovia, oggi conosciuto come Castello Sforzesco, e — insieme alla moglie Bianca Maria — fa edificare la Ca’ Granda (Oggi quell’edificio ospita l’Università Statale di Milano), il primo grande ospedale pubblico della Lombardia, un’istituzione così avanzata da prevedere sistemi fognari, reparti differenziati per gli ammalati e un’attenzione all’igiene sorprendente per l’epoca.
Richiama in città gli artigiani fuggiti durante gli anni della Repubblica, protegge la comunità ebraica per il ruolo cruciale che svolgeva nell’attività finanziaria, sviluppa i navigli per rilanciare i commerci e affida all’architetto Filarete la costruzione di una città ideale, mai realizzata ma sognata con il nome di Sforzinda.
L’eredità del Duca
Francesco Sforza muore l’8 marzo 1466, colpito da un attacco di idropisia dopo anni di salute precaria. Il figlio primogenito, Galeazzo Maria, diventa l’erede legittimo del ducato, ma da qui inizia un’altra storia per il ducato di Milano con l’arrivo sulla scena del quinto genito (quarto se consideriamo solo i maschi) Ludovico Maria detto il Moro, ambizioso e astuto quanto il padre se non di più
Machiavelli cita Francesco Sforza nel Il Principe come esempio di chi seppe conquistare il potere grazie alla propria virtù — in contrapposizione a Cesare Borgia, che invece dovette tutto alla fortuna. Un’ironia della storia, se si pensa a quanto la sua ascesa fu fatta anche di calcolo spietato e tradimenti tempestivi.
Non esiste un monumento funebre a lui dedicato. Risulta che la sua tomba nel Duomo di Milano nel 1500 venne rimossa per ordine di un cardinale, e i suoi resti finirono dispersi.
