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Vigevano

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I Tesori nascosti dell'Archivio

Gli “Esposti”

Nella letteratura e nella cinematografia si parla spesso di “bambini esposti”; ma cosa si intende con questo termine?

Lo dice la parola stessa: qualcosa, o meglio, qualcuno, che veniva esposto, in riferimento ai bambini abbandonati alla nascita dalle famiglie che non potevano permettersi di occuparsi di loro.

In questa sede ci occuperemo degli “esposti” a Vigevano e della Lomellina a partire dal 1819.

Nei piccoli paesi delle campagne lomelline questi neonati non voluti venivano solitamente lasciati in luoghi pubblici, come di fronte al Municipio o sui sagrati delle chiese: insomma, nei luoghi centrali di passaggio, dove il piccolo fagotto poteva e doveva esser visto il prima possibile da qualche paesano che lo avrebbe portato subito alla più alta autorità del paese.

Dopo il salvataggio ci si assicurava che stesse bene e per paura che non sopravvivesse alla nottata, veniva subito battezzato così che, in caso di morte,  potesse entrare in Paradiso. Poi veniva subito cercata in paese una balia che lo allattasse per dargli le forze necessarie ad affrontare il viaggio che lo avrebbe portato a Vigevano, presso il cosiddetto Ospizio degli Esposti, un locale interno all’ospedale appositamente deposto all’assistenza di questi neonati .

A Vigevano, invece, gli “esposti” potevano essere lasciati davanti alle chiese oppure depositati direttamente nella “Ruota”  dell’Ospedale Civile, sempre  nel più totale anonimato.

La “Ruota” era un congegno girevole di forma cilindrica, di solito costruita in legno, inserito in una apertura del perimetro murario di diversi edifici assistenziali (di solito chiese, conventi e ospedali). Uno sportello separava la ruota in due parti: quella rivolta verso l’esterno permetteva di collocare, senza essere visti dall’interno, i neonati abbandonati; facendo girare la ruota, la parte con l’infante veniva immessa nell’interno dove, aperto lo sportello, si poteva prendere il neonato per dargli le prime cure.

Non appena entrati nell’Ospizio i piccoli venivano subito nutriti da balie sempre presenti in reparto, ma anche schedati. Presso la nostra struttura è possibile consultare interi faldoni che conservano queste schede, contenenti ogni minimo dettaglio del piccolo (data, luogo e modalità di ritrovamento, dalle caratteristiche fisiche al vestiario agli oggetti di riconoscimento etc.).

In moltissimi casi, tra le pieghe delle fasciature del piccolo venivano ritrovate delle medagliette o dei santini, riposte nel fagotto dai genitori per un eventuale futuro riconoscimento, come diremo tra poco.

Per un anno intero l’esposto veniva consegnato per un intero anno ad una balia in grado di allattare, sana di corpo e di principi, a spese della Congregazione di Carità, un organismo statale con compiti assistenziali che si occupava di loro fino al raggiungimento della maggiore età. Dopo l’anno di svezzamento il piccolo veniva affidato ad un famiglia di “allevatori” che, sempre pagati dallo Stato, dovevano assicurarsi di farlo crescere ed educarlo nel miglior modo possibile, fino alla maggiore età.

La cosa interessante è che, dal primo giorno dell’abbandono al diciottesimo anno d’età, la famiglia di origine poteva ritrovarlo e riportarlo con sè.

La domanda da porsi è: come queste famiglie potevano rivendicare e dimostrare la genitorialità sul figlio ritrovato?

Vi ricordate le medagliette di cui vi avevamo accennato qualche riga più sopra? Spesso erano deposte,appunto, tra le fasciature del neonato, spezzate a metà: una veniva schedata quando il bimbo veniva preso in custodia dall’Ospizio,  mentre l’altra metà rimaneva in possesso della famiglia di origine; per il riconoscimento e la custodia del figlio, era necessario che due o uno dei genitori si presentasse all’Ospizio degli Esposti, riferendo ai funzionari il luogo, la data e le modalità in cui il neonato era stato abbandonato. Se poi si possedeva la metà di una medaglietta, la prova era schiacciante.

Una nota curiosa sono i nomi e i cognomi che i bambini ottenevano appena battezzati.

A Vigevano, come in tutto il regno di Sardegna, i cognomi dovevano essere tratti dal mondo floreale, animale o minerale; per i nomi, molto spesso, si prendevano dai santi protettori della città o del giorno in cui venivano ritrovati.

Se si presta attenzione ad alcuni cognomi ancora oggi esistenti in città (come ad esempio “Leone” o “Gallo”), si può pensare che magari alcuni di essi derivino da un lontano avo esposto da infante.

Nel 1819, primo anno di apertura del Brefotrofio di Vigevano , gli esposti erano 14, di cui 6 provenienti dalla Lomellina. Il trend dei bambini assistiti era in continua crescita e già nel 1826 i neonati accolti dal Pio Istituto diventano 39, di cui 17 provenienti dalla Lomellina. Il picco si tocca nel 1873 con ben 160 esposti, di cui 30 dalla Lomellina. Dopo il 1874, anno di soppressione della ruota, i numeri calano con una media oscillante fra i 40 e i 50 all’anno; si nota soprattutto una forte diminuzione degli esposti cittadini.

Rubrica curata dall’Archivio Storico di Vigevano

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